6 agosto 2026 · Articolo

Ha ancora senso fare agricoltura (in Sicilia)

Ieri, all'Oleificio Sarullo tra Calamonaci e Ribera, abbiamo fatto la tappa numero 41 di PattoxRestare. Attorno allo stesso tavolo: agricoltori, trasformatori, docenti universitari, consumatori, amministratori. Una domanda sola, posta senza troppi giri di parole: ha ancora senso fare agricoltura?

Non è il primo incontro di questo tipo a cui partecipo. Grazie a una rete di relazioni sul tema che negli anni si è allargata e grazie alla mia compagna Giorgia che su questi temi fa ricerca, ho avuto modo di attraversare parecchi confronti, presidi, assemblee di produttori in giro per l'isola. E c'è una cosa che si ripete quasi sempre, con parole diverse ma sostanza identica. La proposta che emerge più spesso (ieri come altre volte) è: azzeriamo le distanze.

Cioè: facciamo in modo che i nostri agricoltori vendano direttamente ai 5 milioni di abitanti di quest'isola. Il consumatore siciliano mangia prodotto siciliano, fresco, tracciabile, buono. Il produttore siciliano incassa il prezzo pieno senza regalare margine a intermediari, piattaforme logistiche, centrali d'acquisto del nord.

Tutti ci guadagnano. Km zero.

È una proposta che ha una forza morale evidente. E io la capisco fino in fondo, perché nasce dallo stesso nervo scoperto da cui nasce tutto il lavoro che facciamo sul diritto a restare: la sensazione (fondatissima) che questa terra produca ricchezza che poi se ne va altrove, mentre chi ci vive resta a guardare.

Il problema è che, se la prendiamo alla lettera, non funziona. E mi sembra più utile dirlo che far finta di niente.

Il conto che non torna (e l'errore che ho fatto per primo)

Partiamo dai numeri, perché è lì che la cosa si vede. Secondo i dati Istat relativi al 2025, il valore della produzione agricola, forestale e della pesca in Sicilia è di circa 6,5 miliardi di euro. Siamo primi nel Mezzogiorno — davanti a Puglia (5,8 miliardi), Campania (5,3) e Calabria (3,3) — e valiamo circa l'8,1% dell'intera produzione agricola nazionale. Non siamo una regione marginale: siamo un pezzo grosso dell'agricoltura italiana.

Ora proviamo a stimare quanto vale il mercato interno siciliano. Prendiamo cinque euro a persona al giorno di spesa alimentare: cinque milioni di siciliani, cinque euro, trecentosessantacinque giorni. Fa circa 9 miliardi di euro l'anno.

Nove contro sei e mezzo. A prima vista sembra confermare la tesi: il mercato interno è più grande della nostra produzione, quindi c'è spazio per assorbire tutto e anche di più. È esattamente la conclusione che avevo tirato io la prima volta che ho messo in fila questi numeri. È sbagliata. E l'errore è di quelli grossi.

I 6,5 miliardi sono misurati a prezzi base: è quello che incassa chi produce. I 9 miliardi sono misurati a prezzi al consumo: dentro ci sono la trasformazione, il confezionamento, la logistica, il margine del negozio, l'IVA. La materia prima agricola pesa mediamente tra il 15% e il 25% del prezzo finale di un alimento sullo scaffale.

Rifacciamo il conto per bene. Quei 9 miliardi di spesa alimentare "contengono" un valore agricolo di circa 1,5-2 miliardi. Non nove. Anche volendo essere generosi, anche alzando la stima della spesa quotidiana, anche immaginando che i siciliani comprino solo siciliano al 100% — restiamo attorno ai due miliardi e mezzo. Contro sei e mezzo prodotti.

Il risultato si ribalta completamente: la Sicilia produce da tre a quattro volte quello che il suo mercato interno può assorbire come materia prima. Non c'è nessun buco da riempire. C'è un surplus strutturale che, semplicemente, deve uscire.

Le altre tre ragioni per cui il km zero totale non regge

Il conto da solo basterebbe, ma ci sono almeno altri tre problemi che vale la pena mettere sul tavolo, perché li ho sentiti sollevare raramente.

Primo: non mangiamo quello che produciamo.

La Sicilia produce agrumi, vino, olio, grano duro, pomodoro, uva da tavola, ortaggi, mandorle, pistacchio. I siciliani mangiano anche carne, latte, formaggi industriali, riso, zucchero, caffè, farina di grano tenero per il pane e la pizza. E la Sicilia non è terra di zootecnia: solo il 7% delle nostre aziende agricole ha allevamenti, contro il 13,4% della media nazionale — la metà.

I due panieri non coincidono e non possono coincidere. Non si fa mangiare a cinque milioni di persone il volume di agrumi che produciamo, né gli ettolitri di vino che usciamo ogni anno dalle cantine del trapanese. C'è un mismatch merceologico che nessuna politica commerciale può chiudere.

Secondo: significherebbe scegliere il cliente più povero.

Il nostro vino, il nostro olio, i nostri agrumi trovano fuori dall'isola — e soprattutto fuori dall'Italia — consumatori con un reddito che è il doppio del nostro. La Sicilia è la regione italiana con il reddito pro capite più basso e uno dei tassi di povertà più alti d'Europa.

Riorientare la produzione verso l'interno vuol dire, in termini economici puri, scegliere volontariamente di vendere a chi può pagare meno. Che è una scelta legittima se la si fa consapevolmente e per ragioni sociali, ma non si può raccontare come una strategia per far guadagnare di più i produttori. Sono due cose opposte.

Terzo: la domanda interna è un tetto, non una spugna.

Se riversi sul mercato locale una produzione oggi destinata altrove, non aumenti il fatturato: fai crollare i prezzi. È il meccanismo che ogni anno schiaccia il prezzo delle arance quando l'annata è abbondante, e che qui in provincia di Agrigento conosciamo fin troppo bene. Più offerta sullo stesso bacino di domanda uguale meno reddito per tutti.

Ma allora la risposta è l'export? Neanche

Attenzione, perché il ragionamento inverso è altrettanto pigro.

Guardiamo i dati: l'export agroalimentare siciliano vale circa 1,1 miliardi di euro (dati Confartigianato Sicilia su base Istat, luglio 2024 – giugno 2025), pari all'1,9% dell'export nazionale di alimentari e bevande. Cresciamo — nel primo semestre 2025 siamo stati la regione con la migliore dinamica d'Italia, +15,1% — e abbiamo 36 prodotti DOP e IGP, secondi in Italia. Ottimo.

Ma 1,1 miliardi su 6,5 di produzione significa che all'estero va meno di un quinto di quello che facciamo. Il grosso finisce sul mercato nazionale. E soprattutto: quel miliardo è già oggi, in larga parte, materia prima e semilavorato.

Qui sta il punto vero, ed è il punto che si tocca con mano stando dentro un oleificio.

Esportiamo grano duro e ricompriamo pasta. Esportiamo olive e ricompriamo olio confezionato con marchi che non sono nostri. Vendiamo arance e ricompriamo succhi. Vendiamo uva e ricompriamo vino imbottigliato altrove.

Il valore non se ne va nel trasporto. Il valore se ne va nella trasformazione.

L'altra distanza: quella che conta davvero

E allora torniamo a quella parola che ieri è girata parecchio: distanza.

Perché c'è un secondo modo di intenderla, e secondo me è quello giusto.

Non la distanza orizzontale — i chilometri tra il campo e la tavola. Quella, i numeri lo dicono, non è il problema principale e comunque non è comprimibile più di tanto.

La distanza che ci sta uccidendo è quella verticale: la distanza tra le fasi della filiera. Tra chi coltiva e chi trasforma. Tra chi raccoglie e chi confeziona. Tra chi produce il valore e chi lo intasca.

Quella distanza sì che si può azzerare. E azzerarla significa costruire cose concrete: mulini, pastifici, frantoi consortili moderni, linee di succhi, impianti di quarta gamma, cantine di imbottigliamento, laboratori di trasformazione condivisi.

Un pastificio siciliano che esporta in Germania trattiene sul territorio molto più valore — e molto più lavoro, e lavoro qualificato, e lavoro tutto l'anno — di un cerealicoltore che vende il grano al mulino del paese accanto. Non è una questione di quanto lontano vendi. È una questione di a che punto della catena ti trovi quando vendi.

Detto in una riga: la formulazione che regge non è "produrre per noi". È trattenere in Sicilia le fasi della filiera che generano valore, e poi vendere al mondo. La prima è un ripiegamento. La seconda è una strategia industriale.

Quattro cose che si potrebbero fare (da non esperto)

Provo a mettere in fila delle idee, con tutta l'umiltà del caso: io non sono un tecnico del settore, sono uno che gira la Sicilia e ascolta.

  1. Una programmazione regionale sui prodotti di punta.

Oggi ogni consorzio si muove per conto suo. Servirebbe che la Regione — non i singoli — individuasse un numero di prodotti bandiera su cui costruire presenza vera sui mercati internazionali: promozione, presidio commerciale, standard di qualità, logistica dedicata. Non venti prodotti, ma nemmeno uno solo: un portafoglio ragionato, che copra stagioni diverse.

  1. Diversificazione colturale come stabilizzatore del lavoro.

Spingere le aziende verso più colture non è solo agronomia: è occupazione. Più colture significa più stagioni coperte, ciclo di lavoro più continuo, meno stagionalità estrema, meno bisogno di manodopera usa-e-getta. È un tema di dignità del lavoro agricolo, oltre che di reddito.

  1. Una spinta strutturale sulla trasformazione.

Il punto centrale. Non incentivi a pioggia, ma una politica industriale vera: capitale paziente, garanzie pubbliche, aggregazione obbligata tra produttori, formazione tecnica (e qui gli ITS hanno un ruolo che nessuno sta usando davvero). L'obiettivo misurabile è uno solo: alzare la quota di produzione siciliana che esce dall'isola già trasformata.

  1. Il tema dell'accesso: non è risolto, e non lo risolve il km zero.

Qui devo dire una cosa che mi sta a cuore e che non voglio far passare in secondo piano. Aver detto che il km zero non è una strategia economica non significa che vada bene così. Perché resta un fatto inaccettabile: in una terra che produce sei miliardi e mezzo di euro di cibo l'anno, ci sono famiglie che non possono permettersi di mangiare i prodotti della propria terra. Il ficodindia, l'olio buono, il pomodoro di stagione diventano beni da vetrina, roba per turisti.

Questo è un problema di accesso, non di filiera corta. E come tale va affrontato con strumenti pubblici, non sperando che il mercato ci arrivi da solo.

Due strade mi sembrano praticabili:

Gli appalti pubblici. Mense scolastiche, ospedaliere, RSA. È domanda garantita, poco sensibile al prezzo, decisa politicamente. Vale qualche centinaio di milioni l'anno in Sicili: non trasforma l'economia regionale, ma è azionabile subito e crea un mercato-ancora per i piccoli produttori. È il pezzo di km zero che ha senso, perché non compete col mercato: lo affianca.

Un'infrastruttura pubblica di distribuzione alimentare. New York ci sta provando: l'amministrazione Mamdani ha annunciato cinque punti vendita municipali, uno per distretto, che dovrebbero vendere generi essenziali con uno sconto del 30% — la città costruisce e azzera affitto e imposte, la gestione va a operatori selezionati, il primo dovrebbe aprire nel Bronx il prossimo anno. Va detto con onestà che è un esperimento appena partito e che i precedenti americani sono contrastanti: Kansas City ci ha bruciato 18 milioni di dollari in dieci anni, Baldwin in Florida ha chiuso, mentre il negozio municipale di St. Paul in Kansas regge con un margine del 3%. Non è un modello da copiare a occhi chiusi. È però la prova che l'idea di un'opzione pubblica sul cibo è tornata dentro il dibattito politico serio, e che vale la pena discuterne anche qui.

A tutto questo aggiungerei una cosa che costa poco e serve molto: educazione alimentare vera, nelle scuole e fuori. Perché una parte del problema è che abbiamo disimparato a mangiare quello che questa terra fa, e a riconoscerne il valore.

Quello che non possiamo rimandare: l'acqua

Tutto quello che ho scritto sopra è ragionamento di lunga gittata. E rischia di essere accademico se non si dice la cosa ovvia: niente di tutto questo esiste senza acqua.

Programmare le colture dei prossimi vent'anni in Sicilia significa decidere oggi cosa si potrà ancora coltivare in un territorio che avanza verso la desertificazione. Non è un tema ambientale separato dal tema economico: è lo stesso tema. La scelta delle colture su cui puntare nelle prossime programmazioni regionali dipende interamente da quanta acqua avremo, dove, e a che prezzo — e quindi da chi la governa.

Su questo abbiamo già scritto e continueremo a scrivere. Ma è giusto che stia qui dentro, perché senza quella variabile il resto è aria.

Perché scrivo questo

Non sono un esperto del settore. Sono parte di una rete di organizzazioni civiche che sta girando la Sicilia, tappa dopo tappa, affrontando i vari problemi della nostra terra. Ma proprio per questo mi sembra che il compito non sia ripetere lo slogan più rassicurante. Il compito è prendere sul serio le proposte che nascono dai territori, compreso il dovere di verificarle. Perché una proposta che non regge al primo contraddittorio serio non ci difende: ci espone.

"Azzeriamo le distanze" è un'intuizione giusta che, presa alla lettera, ci porta fuori strada. Ma dentro c'è qualcosa di vero e di potentissimo, che va solo ruotato di novanta gradi: la distanza da azzerare non è quella tra il campo e la tavola. È quella tra il campo e il valore.

Questo pezzo non è una conclusione. È materiale da smontare. Se sei un agricoltore, un trasformatore, un economista agrario, un amministratore — o semplicemente qualcuno che su questo ha una posizione — scrivimi, commenta, contraddicimi.

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